Obama vs. Putin
1) La Nato ci costa 70 milioni di euro al giorno (Manlio Dinucci, 27.3.2014)
2) Il pacco atlantico (Manlio Dinucci e Tommaso Di Francesco, 26.3.2014)
3) Speciale ARMI ATOMICHE IN ITALIA (dal sito Ulisse Scienza)
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http://ilmanifesto.it/la-nato-ci-costa-70-milioni-di-euro-al-giorno/
La Nato ci costa 70 milioni di euro al giorno
Manlio Dinucci, da il Manifesto del 27.3.2014
Rapporto Sipri. Ogni ora si spendono tre milioni di euro per difesa, armi e Alleanza atlantica. Ecco quanto paga l'Italia. Senza contare F35 e missioni militari all'estero
«La situazione in Ucraina ci ricorda che la nostra libertà
non è gratuita e dobbiamo essere disposti a pagare»: lo ha ribadito il
presidente Obama, a Roma come a Bruxelles, dicendosi preoccupato che
alcuni paesi Nato vogliano diminuire la propria spesa militare.
La prossima settimana, ha annunciato, si riuniranno a Bruxelles i
ministri degli esteri per rafforzare la presenza Nato nell’Europa
orientale e aiutare l’Ucraina a modernizzare le sue forze militari.
Ciò richiederà stanziamenti aggiuntivi. Siamo dunque avvertiti:
altro che tagli alla spesa militare!
A quanto ammonta quella italiana? Secondo i dati del Sipri, l’autorevole
istituto internazionale con sede a Stoccolma, l’Italia è salita nel
2012 al decimo posto tra i paesi con le più alte spese militari del
mondo, con circa 34 miliardi di dollari, pari a 26 miliardi di euro annui.
Il che equivale a 70 milioni di euro al giorno, spesi con denaro pubblico
in forze armate, armi e missioni militari all’estero.
Secondo i dati relativi allo stesso anno, pubblicati dalla Nato un mese
fa, la spesa italiana per la difesa ammonta a 20,6 miliardi di euro,
equivalenti a oltre 56 milioni di euro al giorno. Tale cifra,
si precisa nel budget, non comprende però la spesa per altre forze
non permanentemente sotto comando Nato, ma assegnabili a seconda delle
circostanze. Né comprende le spese per le missioni militari all’estero,
che non gravano sul bilancio del ministero della difesa. Ci sono inoltre altri
stanziamenti extra-budget per il finanziamento di programmi militari
a lungo termine, tipo quello per il caccia F-35.
Il budget ufficiale conferma che la spesa militare Nato ammonta a
oltre 1000 miliardi di dollari annui, equivalenti al 57% del
totale mondiale. In realtà è più alta, in quanto alla spesa statunitense, quantificata
dalla Nato in 735 miliardi di dollari annui, vanno aggiunte altre voci
di carattere militare non comprese nel budget del Pentagono – tra
cui 140 miliardi annui per i militari a riposo, 53 per il «programma
nazionale di intelligence», 60 per la «sicurezza della patria» –
che portano la spesa reale Usa a oltre 900 miliardi, ossia a più
della metà di quella mondiale.
Scopo degli Stati Uniti è che gli alleati europei assumano una quota maggiore nella
spesa militare della Nato, destinata ad aumentare con l’allargamento e
il potenziamento del fronte orientale.
Oggi, sottolinea Obama, «aerei dell’Alleanza atlantica pattugliano i
cieli del Baltico, abbiamo rafforzato la nostra presenza in Polonia
e siamo pronti a fare di più». Andando avanti in questa direzione,
avverte, «ogni stato membro della Nato deve accrescere il proprio impegno e
assumersi il proprio carico, mostrando la volontà politica di investire
nella nostra difesa collettiva». Tale volontà è stata sicuramente
confermata al presidente statunitense Barack Obama dal presidente
delle repubblica Napolitano e dal capo del governo Renzi. Il carico,
come al solito, se lo addosseranno i lavoratori italiani.
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http://www.marx21.it/internazionale/pace-e-guerra/23832-il-pacco-atlantico.html
Il pacco atlantico
di Manlio Dinucci e Tommaso Di Francesco
da il Manifesto del 26 Marzo 2014
Scopo centrale della visita
del presidente Obama in Europa – dichiara Susan Rice, consigliera per la
sicurezza nazionale – è «premere per l’unità dell’Occidente» di fronte
alla «invasione russa della Crimea».
Il primo passo sarà l’ulteriore rafforzamento della Nato. L’alleanza militare
che, sotto comando Usa, ha inglobato nel 1999-2009 tutti i paesi dell’ex Patto
di Varsavia, tre dell’ex Urss e due ex repubbliche della Jugoslavia
(distrutta dalla Nato con la guerra); che ha spostato le sue basi e forze
militari, comprese quelle a capacità nucleare, sempre più a ridosso della
Russia, armandole di uno «scudo antimissili», strumento non di difesa ma di
offesa; che è penetrata in Ucraina, organizzando il golpe di Kiev e
spingendo così la Crimea a separarsi e unirsi alla Russia. «Cambia il quadro
geopolitico», annuncia il segretario generale della Nato: «Gli
alleati devono rafforzare i loro legami economici e militari di fronte
all’aggressione militare russa contro l’Ucraina».
Si prospetta dunque non solo un rafforzamento militare della Nato perché
accresca «la prontezza operativa ed efficacia nel combattimento», ma allo
stesso tempo una «Nato economica», tramite «l’accordo di libero scambio
Usa-Ue» funzionale al sistema geopolitico occidentale dominato dagli Stati
uniti.
Una Nato che, ribadisce Washington, «resterà una alleanza nucleare».
Significativo è che la visita di Obama in Europa si sia aperta con il terzo
Summit sulla sicurezza nucleare. Una creazione dello stesso Obama (non a
caso Premio Nobel per la pace), per «mettere in condizione di sicurezza il
materiale nucleare e prevenire così il terrorismo nucleare». Questo nobile
intento perseguono gli Stati uniti, che hanno circa 8000 testate nucleari, tra
cui 2150 pronte al lancio, alle quali si aggiungono le 500 francesi e
britaniche, portando il totale Nato a oltre 2600 testate pronte al lancio, a
fronte delle circa 1800 russe. Potenziale ora accresciuto dalla fornitura
del Giappone agli Usa di oltre 300 kg di plutonio e una grossa quantità di
uranio arricchito adatti alla fabbricazione di armi nucleari, cui si
aggiungono 20 kg da parte dell’Italia. Partecipa al summit sulla «sicurezza
nucleare» anche Israele – l’unica potenza nucleare in Medio Oriente (non
aderente al Trattato di non-proliferazione) – che possiede fino a 300 testate e
produce tanto plutonio da fabbricare ogni anno 10-15 bombe tipo quella di
Nagasaki.
Il presidente Obama ha contribuito in particolare alla «sicurezza nucleare»
dell’Europa, ordinando che circa 200 bombe B-61 schierate in Germania, Italia,
Belgio, Olanda e Turchia (violando il Trattato di non-proliferazione),
siano sostituite con nuove bombe nucleari B61-12 a guida di precisione,
progettate in particolare per il caccia F-35, comprese quelle anti-bunker
per distruggere i centri di comando in un first strike nucleare.
La strategia di Washington ha un duplice scopo. Da un lato, ridimensionare la
Russia, che ha rilanciato la sua politica estera (v. il ruolo svolto in Siria)
e si è riavvicinata alla Cina, creando una potenziale alleanza in grado di
contrapporsi alla superpotenza statunitense. Dall’altro, alimentare in Europa
uno stato di tensione che permetta agli Usa di mantenere tramite la Nato
la loro leadership sugli alleati, considerati in base a una differente scala di
valori: con il governo tedesco Washington tratta per la spartizione di
aree di influenza, con quello italiano («tra i nostri amici più cari al mondo»)
si limita a pacche sulle spalle sapendo di poter ottenere ciò che vuole.
Contemporaneamente Obama preme sugli alleati europei perché riducano le
importazioni di gas e petrolio russo. Obiettivo non facile. L’Unione europea
dipende per circa un terzo dalle forniture energetiche russe: Germania e
Italia per il 30%, Svezia e Romania per il 45%, Finlandia e Repubblica Ceca per
il 75%, Polonia e Lituania per oltre il 90%. L’amministrazione Obama,
scrive il New York Times, persegue una «strategia aggressiva» che mira a
ridurre le forniture energetiche russe all’Europa: essa prevede che la
ExxonMobil e altre compagnie statunitensi forniscano crescenti quantità di gas
all’Europa, sfruttando i giacimenti mediorientali, africani e altri, compresi
quelli statunitensi la cui produzione è aumentata permettendo agli Usa di
esportare gas liquefatto.
In tale quadro rientra la «guerra dei gasdotti»: obiettivo statunitense è
bloccare il Nord Stream, che porta nella Ue il gas russo attraverso il Mar
Baltico, e impedire la realizzazione del South Stream, che lo porterebbe
nella Ue attraverso il Mar Nero. Ambedue aggirano l’Ucraina, attraverso cui
passa oggi il grosso del gas russo, e sono realizzati da consorzi guidati
dalla Gazprom di cui fanno parte compagnie europee. Paolo Scaroni, numero uno
dell'Eni, ha avvertito il governo che, se venisse bloccato il progetto
South Stream, l'Italia perderebbe ricchi contratti, come l’appalto da 2
miliardi di euro che la Saipem si è aggiudicata per la costruzione del tratto sottomarino.
Bisogna però fare i conti con le pressioni Usa.
Il presidente Obama si dedica comunque anche a opere di bene. Con Papa
Francesco parlerà domani del «comune impegno nel combattere la povertà e
la crescente ineguagliamza». Lui che durante la sua amministrazione ha
fatto salire il tasso di povertà negli Usa dal 12% al 15% (oltre 46 milioni di
poveri) e quello infantile dal 18% al 22%, mentre i superricchi (lo 0,01%
della popolazione) hanno quadruplicato il loro reddito. Obama «ringrazierà il Papa
anche per i suoi appelli per la pace». Lui, presidene di uno stato la cui
spesa per armi e guerre equivale a circa la metà di quella mondiale.
=== 3 ===
http://ulisse.sissa.it/scienza7/notizia/2014/mar/Uesp140328n002/
Lo strano caso delle armi atomiche in Italia
27 marzo 2014
Alice Pace
SPECIALE MARZO – Nella produzione di energia non siamo un paese nuclearee appena qualche qualche giorno fa, in occasione del vertice mondiale dell’Aja per la prevenzione del terrorismo nucleare, abbiamo ribadito il nostro impegno contro la proliferazione delle armi atomiche. Ciò nonostante, nei sotterranei delle nostre basi militari custodiamo decine e decine di testate nucleari americane, che di fronte a un’urgenza saremmo autorizzati a utilizzare. E nel nostro futuro prossimo non figura alcuna volontà di rimozione o smaltimento, anzi: queste bombe sono in fase di ammodernamento per diventare ancora più precise e potenti.
Ma dove sono, come sono fatti e che pericolo rappresentano questi ordigni? Ne abbiamo discusso con Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo, che si occupa dei problemi legati al controllo degli armamenti, di pace e di sicurezza internazionale.
Le bombe nucleari in Italia
Le armi atomiche che abbiamo in repertorio si chiamano bombe B61, ideate e
messe in produzione durante la corsa agli armamenti successiva alla seconda
guerra mondiale. Smistate tra i reparti segreti della Base
Aerea di Aviano, in provincia di Pordenone e l’Aeroporto di Brescia-Ghedi,
sul suolo italiano ne contiamo circa una settantina. Si tratta di armi di
tipo tattico e la loro funzione è di essere impiegate direttamente sul terreno
di battaglia, a differenza delle armi nucleari strategiche che, invece, sono
progettate per interventi a lunga gittata e che, potenzialmente, se montate su
vettori intercontinentali possono essere scagliate anche a oltre 10mila
chilometri di distanza. Le B61, grossi cilindri di circa tre metri e mezzo di
lunghezza e oltre tre quintali di peso, sono prive di un proprio mezzo di
propulsione e risultano perciò progettate esclusivamente per il lancio dagli
aerei.
Quanto sono potenti? “Ne esistono diverse versioni, e quelle che abbiamo in Italia possono raggiungere la potenza anche di 170 chilotoni” spiega Simoncelli – dove un chilotone corrisponde alla potenza esplosiva di mille tonnellate di tritolo. Non rientrano nella categoria delle super-bombe, ma rispetto all’ordigno sganciato nel ‘45 su Hiroshima (circa 13-15 chilotoni), qui siamo abbondantemente sopra di un ordine di grandezza. Di fatto, ci ritroviamo per le mani 70 mezzi di distruzione di massa che, assieme ai nostri futuri aerei di punta, i tanto discussi F35, appositamente adeguati al loro trasporto e dotati di capacità stealth (cioè di invisibilità ai radar), formerebbero un’accoppiata perfetta per sferrare un primo colpo a sorpresa verso il potenziale nemico.
Un po’ di storia
Le B61 stipate all’interno delle nostre basi non sono di nostra proprietà,
bensì degli Stati Uniti e altro non sono che un residuo della vecchia guerra
fredda, quando si ipotizzava una possibile invasione per via terrestre
dell’Armata Rossa. In tal caso, sarebbero state usate dalla Nato per creare una
zona di impenetrabilità a mezzo di bombardamenti aerei ai confini della Cortina
di Ferro. A rigore di legge la loro presenza sul nostro territorio non sarebbe
consentita già dagli anni ’90, a maggior ragione per la partecipazione
dell’Italia ai trattati internazionali per il disarmo nucleare, ma di fatto il
patto Nato rende ancora possibile tenerle nelle nostre basi.
Anche altri paesi sono stati e sono ancora coinvolti nel patto, e il totale delle bombe atomiche americane in Europa ammonta a 200. Sono distribuite tra Belgio, Olanda, Germania, Turchia a formare “una sorta di linea verticale di sicurezza contro gli attacchi da est” precisa Simoncelli. “Il tutto – perlomeno nel caso dell’Italia - protetto da segreto militare, tant’è che il nostro governo non ha mai negato né confermato la presenza di un arsenale nucleare nelle nostro territorio”. Presenza che però è testimoniata dalla documentazione disponibile presso diversi uffici stranieri: primo tra tutti quello del Sipri, l’Istituto Internazionale di Ricerca per la Pace di Stoccolma, dove è possibile rintracciare delle stime aggiornate, e il sito della Federation of American Scientists, che pubblica rapporti e tabelle sui diversi arsenali.
Le perplessità
La mancata ufficialità sulla presenza delle testate nucleari entro i nostri
confini da parte delle nostre istituzioni si concretizza nella mancata
trasparenza sulla questione, più pratica, della spesa per la loro custodia e la
manutenzione. “Nel nostro bilancio annuale della Difesa non esiste una
voce specificamente rivolta alle spese per il nucleare” spiega
Simoncelli, “è dichiarata solo la voce generica Nato, ed è quindi
impossibile risalire a questa informazione”. Ed è un problema che si
estende anche a livello globale: nemmeno attraverso i database internazionali è
possibile risalirvi, poiché le spese militari destinate al nucleare sono di
fatto uno dei segreti più inaccessibili in assoluto per quasi tutti
i paesi del mondo.
Un’altra fonte di perplessità è legata invece alla mancata informazione sui margini di sicurezza entro cui viene mantenuto questo materiale nucleare. “C’è da dire che queste armi per entrare in funzione devono essere armate”chiarisce Simoncelli, “e per innescare l’esplosione gli esperti parlano anche di settimane di preparazione e di iter tecnico-organizzativo”. Difficile, insomma, che si creino le condizioni per un vero e proprio incidente nucleare. Ma non sarebbe forse diritto dei cittadini, in particolare quelli che vivono nelle aree attorno alle basi di Aviano e Ghedi, essere a conoscenza dei propri livelli di rischio?
Queste bombe incontrano poi lo scetticismo di molti dei maggiori esperti di strategia bellica, così come delle delegazioni tecniche di molti paesi alleati, poiché ritenute ridondanti e ormai obsolete sotto diversi punti di vista. Innanzitutto sotto quello politico, ormai profondamente cambiato rispetto al quadro che ha condotto al loro insediamento in Europa. E poi sotto il profilo tecnologico, che (se proprio vogliamo guardare alla loro validità come strumenti di difesa) le vede del tutto inadeguate, poco utilizzabili e non competitive.
Dalla discutibile efficacia bellica di queste armi scaturisce un ulteriore motivo di perplessità: il governo Obama ha da poco deciso di investire 11 miliardi di dollari per il loro ammodernamento, e prevede di trasformare le 200 testate presenti sul territorio europeo in “bombe atomiche intelligenti”, cioè teleguidate, e di aumentarne notevolmente la potenza. Al termine dei lavori, previsto tra il 2019 e il 2020, anche i cacciabombardieri F35 saranno pronti, e anche questo fa presagire che l’allontanamento di queste bombe dall’Italia sia da escludere per un bel po’ di anni.
Alla luce di tutte queste perplessità diversi gruppi politici hanno interrogato negli anni i governi per chiedere ragioni e delucidazioni sull’arsenale militare in Italia, ma nessuna risposta è mai arrivata. Perché continuiamo a custodirle? Che uso prevediamo di farne? Chi provvederà un domani allo smaltimento delle scorie? Sono tutti interrogativi che sbattono sul muro di quello che ha tutte le caratteristiche di un segreto di Stato.
E cosa succede a livello internazionale? La rete italiana della International Campaign to Abolish Nuclear Weaponsha aderito nell’ultimo anno a un appello che ha riscosso consensi in moltissimi paesi, la cosiddetta Iniziativa Umanitaria, chiedendo all’Onu la messa al bando delle armi nucleari come atto di responsabilità verso le generazioni future. Questo alla luce delle tante evidenze redatte da scienziati e medici che certificano che una guerra nucleare non sarebbe sostenibile a livello mondiale per nessun paese, per tutte le sue drammatiche conseguenze sulla salute e sull’ambiente. Una questione che oggi, nell’inasprimento del dialogo con la Russia sulla questione ucraina, trova una nuova occasione per far riflettere ruolo destabilizzante delle armi nucleari nella politica internazionale: potrebbe essere questo il momento di provvedere al disegno di una regolamentazione adeguata per la loro svalutazione definitiva. A partire da quella che, nostro malgrado, ci vuole ancora custodi di 70 bombe dieci volte più potenti di quella che ha distrutto Hiroshima.
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http://ulisse.sissa.it/scienza7/notizia/2014/mar/Uesp140328n003/
Armi nucleari
27 marzo 2014
Laura Pulici
SPECIALE MARZO – 16 luglio 1945, ore 5:30, Alamogordo. Una luce accecante illumina il deserto di Jornada del Muerto nel New Messico: è il Trinity Test, la prima esplosione nucleare della storia. Da allora, sono stati condotti più di 2.200 test nucleari, di cui almeno la metà in atmosfera o in mare. Fino al 1963, infatti, quando entrò in vigore il Partial Test Ban Treaty che consente solo test nucleari sotterranei, la maggior parte dei test atomici veniva condotta all’aperto per verificare l’effetto delle esplosioni e studiare il fallout radioattivo.
Dal 1945 alla fine della guerra fredda sono state prodotte più di 128.000 armi nucleari. All’entrata in vigore del Trattato di non proliferazione nucleare nel 1970, nel mondo c’erano più di 38.000 ordigni nucleari. Oggi, le ultime stime disponibili contano circa 17.000 testate nucleari, possedute dalle cinque potenze nucleari (Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina) e da altri quattro Paesi (India, Pakistan, Israele e Corea del Nord). Insomma siamo ancora lontani da un mondo senza armi nucleari.
Nonostante i diversi trattati e accordi per il disarmo, la proliferazione nucleare non si è fermata. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) oggi più di 40 Paesi nel mondo dispongono delle tecnologie e delle risorse economiche necessarie per dotarsi di un arsenale militare.
Ed è notizia di pochi giorni fa la minaccia della Russia di sospendere le ispezioni straniere ai suoi arsenali di armi nucleari in risposta alle pressioni degli Stati Uniti nell’ambito della crisi in Ucraina.
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